Istentales.com
«I ROBIN HOOD DELLA SARDEGNA»
Intervista a Gigi Sanna

Sanna Luigi Antonio nato a Nuoro il 2 agosto del 1967?
«In persona. Dica».
Dobbiamo darci del lei?
«No, dammi del tu e chiamami Gigi».
Da Badde Manna ai concerti in Germania, in Olanda, Belgio… ti saresti mai aspettato un risultato del genere quando gli Istentales hanno iniziato l’avventura?
«No. Pensavamo che il fenomeno Istentales rimanesse legato ai confini della nostra provincia e invece per fortuna ha avuto altri risvolti».
Esclusi da Sanremo, anche se vincitori al Festival di Na-poli. Non è un po’ strano che dei sardi si impongano nel regno di Mario Merola?
«Un’isola come la nostra si è fatta in quei giorni di Fe-stival un ponte artistico per poter arrivare in Campania e in tutto il resto della Penisola, con la semplicità e la fierezza di una cultura musicale da portare avanti. Sul palco del Pala-partenope non hanno vinto solo gli Istentales, ha vinto un popolo che ha bisogno di vivere, non di sopravvivere. Grazie».
Prima di partire a Napoli avevi promesso una pecora per ogni voto ricevuto. Mi risulta però che ti sei dimen-ticato presto della parola data. Hai forse intenzione di candidarti e fare come tutti i politici?
«Ho sempre sostenuto che un mezzo poeta o un quasi cantautore non possa e non debba mettersi in politica. Per-ché finisce sempre che va a curare soltanto gli interessi per-sonali anziché tenere l’impegno di tutelare tutto il popolo che lo ha eletto. È già successo, purtroppo, che certi nomi dei più svariati campi artistici, dimenticandosi delle pro-messe elettorali, hanno invece sistemato nipoti, zii e paren-tado al completo, trascurando il resto. Noi, come gruppo, siamo apartitici ma questo non vuol dire che siamo qualun-quisti. Per quanto riguarda le pecore che ho promesso… appena la Regione mi liquiderà quelle che mi hanno abbat-tuto con la Lingua Blu pagherò il debito».
A proposito… il tuo ovile è stato spesso perquisito dalle Forze dell’Ordine, soprattutto in passato. Forse perché gli Istentales erano allora alle «prime armi»?
«Sì è vero, perché a volte quando si dicono delle verità che nessuno ha mai osato raccontare vieni considerato un’estremista, ancora peggio se sei pastore».
Quindi non sei un estremista?
«Tutt’altro! Certo, sono un estremista… della musica».
Contro il potere, contro la borghesia, contro le ingiusti-zie… ma al servizio di chi sono gli Istentales?
«Al servizio degli oppressi e dei dimentichi. Al servizio di chi non ha mai avuto voce. Con la speranza che le nostre canzoni, taglienti come delle spade, arrivino senza confini alle orecchie di chi non vuol sentire».
Per molti sei un simbolo della Sardegna. Ti riconosci in quest’immagine?
«Spesso, prima di fare dei passi azzardati, ci ragiono not-ti intere, filosofando anche sui perché. Mi rendo conto che molta gente mi prende come un esempio da seguire e que-sto è un peso alquanto gravoso perché non ti puoi permettere di sbagliare. Ogni parola, ogni pensiero deve essere valutato attentamente per far sì che non sia frainteso. A volte penso che sia anche il mio aspetto fisico a incutere sicurezza, ma questo, forse, lo devono dire gli altri».
Aspetto rozzo e duro, almeno a vederti. Hai mai avuto paura della tua stessa immagine?
«Nel mio ovile non ho mai messo specchi per paura di guardarmi ogni mattina e quindi di scappare alla vista di questo ragazzo vestito in berretto, velluto e scarponi. Ma non abbiate paura, voi… canta solo canzoni».
Come Tacchi a spillo… e non solo. Ti è mai passato il dubbio di aver esagerato i toni? O sei un maschilista incallito?
«Mi hanno accusato di essere un maschilista, ma since-ramente non lo sono e non lo sarò mai. Amo le donne più di qualsiasi altra cosa al mondo e non accetto neanche che siano come si dice “picchiate con i fiori”. Mi hanno consi-derato l’ultimo dei romantici ma sinceramente nelle vesti di Romeo con la sua Giulietta o di Dante con la sua Beatrice non mi rispecchio. Ho scritto la mia prima canzone d’amore per una donna che forse non mi meritava e ho giurato che quella sarebbe stata l’ultima volta che la mia penna naviga-va su fogli di carta bianca per descrivere la bellezza selvag-gia, quasi agreste di una donna che non ho potuto avere».
Ma per Gigi Sanna cos’è l’amore?
«Un privilegio di chi ha tempo».
E il matrimonio?
«Una convenzione borghese».
Ironici e sempre in festa. Gli Istentales, tuttavia, vengo-no apprezzati anche per l’impegno sociale (vedi i concerti a favore di associazioni quali l’Avis, l’Aisme, l’Aima), e per la solidarietà che spesso porta ad amicizie come quella con Paolo Fenu…
«Abbiano fatto tantissime manifestazioni di solidarietà senza mai pretendere niente in cambio. La cosa importante è cercare di ridare il sorriso a chi lo ha perso o forse non lo ha mai avuto. Non facciamo beneficenza per pulirci la co-scienza o per il gusto di apparire. Quella di Paolo non è l’unica storia. Ci sono anche Maria Luisa, Jole e tanti altri nomi che non abbiamo mai voluto rendere pubblici e mai lo faremo. Le storie che già si conoscono è perché sono stati gli stessi familiari a renderle note nella speranza che l’esempio dei loro cari possa essere d’aiuto ad altre persone che soffrono in silenzio».
È vero che avete rinunciato all’allettante proposta di un produttore discografico di Milano?
«Sì. Era uno di quei classici produttori miliardari che vengono in Sardegna convinti di poter comprare tutto, an-che le persone. Le nostre canzoni gli piacevano. Avrebbe però voluto mettere le mani sui testi e limarli, a suo dire, ma io una cosa del genere non la permetto né a lui né a nessun’altro. Dopo quell’episodio, qualcuno ci ha rimproverato accusandoci di esserci lasciati scappare il treno, ma noi, vi-sto chi c’era in motrice, abbiamo preferito non salirci nem-meno in quel treno».
Continuando a viaggiare, tuttavia, di piazza in piazza. Andando in giro sempre con una coda di volpe legata al manico della chitarra. Che storia nasconde?
«Era una volpe che in una sola notte mi aveva quasi de-cimato le galline e gli agnelli. È tornata altre due volte per finire il lavoro, ma per sua sfortuna ha trovato all’ingresso de sa corcadoria un agnellone nero, con la barba e col fucile che non gli ha dato il tempo di chiedere neanche l’ultima grazia».
I cinghiali vi hanno fatto spesso da mascotte…
«Pasquale, Vanitosa e Benvenuto sono per noi più che delle normali mascotte. Il cinghiale è un animale selvatico che non ha mai voluto catene e che lotta ogni giorno, da grande guerriero, contro la morte. Per noi è un simbolo di ribellione».
Ribelli come gli Istentales?
«Ribelli e selvaggi, sempre pronti a gridare contro le in-giustizie nel mondo. Per questo se dovessi dare una defini-zione del gruppo il primo nome che mi viene in mente è i Robin Hood della Sardegna».
Si può essere musicisti senza saper leggere gli spartiti musicali?
«Certo. Anche Jimi Hendrix è stato uno dei più grandi chitarristi del mondo pur non sapendo leggere la musica. Sapeva semplicemente suonare, eccome se sapeva suonare! Molte volte andare al conservatorio, e quindi leggere e scri-ve sul pentagramma, non vuol dire esser un buon musicista o avere quella naturalezza nell’impostare melodie che molti hanno. La creatività e il gusto sono cose che nessuna scuola potrà mai insegnare. Io stesso pensavo che il Fa diesis minore fosse una zona balneare della costa ligure e la “sensi-bile al basso” fosse una donna ammaliata dagli uomini di una certa statura. Tutto questo prima che il nostro maestro Marino Maillard mi spiegasse il vero significato di quei termini».
Andrea Parodi vi ha definiti «i Nomadi sardi». Lo siete veramente?
«Ci piacerebbe esserlo, ma i Nomadi sono sempre i No-madi e gli Istentales sono gli Istentales».
Com’è nata l’idea di organizza a Nuoro “Voci di Maggio”?
«Ci è sempre piaciuto collaborare con varie realtà musi-cali. Il fatto di incontrarsi per una sera con artisti di genera-zioni diverse e di varie estrazioni ha permesso che per la prima volta nascesse questo progetto plasmato dalle sapien-ti mani di Giuliano Marongiu e affiancato in tutte le sue sfaccettature dal Comune di Nuoro, nella persona dell’assessore Roberto Deriu, diventando così un evento per le migliaia di persone che ogni anno si danno appuntamento in città. Il bello di “Voci di Maggio” non è soltanto il con-certo in sé ma, come del resto in tutte le nostre serate, la fe-sta che segue, con il sacrificio di una vitella nei locali messi a disposizione dai Salesiani».
Dal successo di Amsicora al lavoro sulla figura di Juan Peron. Hai già annunciato che la lezione di storia attraverso le vostre canzoni continua.
«Un popolo che non ha storia non ha diritto di esistere. I nostri eroi sardi dimenticati dai libri di scuola hanno biso-gno di essere riesumati e portati a conoscenza della nostra gente. Non ho mai condiviso l’insegnamento ufficiale che si fa a scuola e che si ferma solo a Carlo Magno, a Cristoforo Colombo o a Giuseppe Garibaldi e che si dimentica invece di chi sono stati Amsicora, Eleonora D’Arborea, Giovanni Maria Angioy, Emilio Lussu, Antonio Gramsci e Giovanni Piras alias Juan Peron. Per questo devo ringraziare Peppino Canneddu, di Mamoiada, che è stato il primo a darmi l’imput per conoscere la vera storia di questo giovane ma-moiadino emigrato in Argentina e diventato poi Presidente».
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